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Monumenti

Sono anni che, nel corso di qualche viaggio in giro per l’Italia, mi capita di soffermarmi a dare un’occhiata a quei vecchi monumenti che, a centinaia, contribuiscono all’arredo urbano dei nostri piccoli paesi: i monumenti ai caduti della Grande Guerra, la Prima Guerra Mondiale. Stento a trovare qualcosa di più anacronistico e barboso per iniziare una rubrica di storia ragionata, ma è stato proprio quest’ultimo termine (ragionata) che mi ha convinto a insistere su questo argomento. Sì perché è dalla domande che muove il ragionamento che ambisce a delle risposte. E la mia domanda è: come mai, a tutte le latitudini del nostro paese, senza eccezione alcuna tra borghi “nordisti” e paesini del sud Italia, tra sperduti villaggi di montagna e assolati agglomerati isolani,   r-esistono lapidi e nomi di gente caduta per una guerra così demodé. Come mai comunità tanto diverse tra loro per indole, interessi e vocazioni furono attraversate molti decenni fa da una comune volontà di testimonianza. Certo gli anni venti, decennio durante il quale in gran parte vennero costruiti questi monumenti, furono molto influenzati dalla retorica reducista e dalla gran cassa del nazionalismo fascista, con il suo culto necrofilo dell’eroe e della bella morte. Ma io non voglio far riferimento ai grandi monumenti cittadini, ai sacrari, ai “militi ignoti”, ai monumenti alla Vittoria, ma a quei piccoli luoghi della memoria sorti spontaneamente per volontà di piccole comunità rurali o di montagna, abbastanza diffusamente in tutte le nostre province.    

La prima guerra mondiale è comunemente ricordata come il primo conflitto dell’era industriale moderna, condotto con tutti gli strumenti propri delle civiltà industriali avanzate. Mezzi, materiali, uomini, ma anche propaganda e mobilitazione delle masse, prodotti in grande scala per sostenere uno sforzo bellico dalla potenzialità distruttiva mai prima sperimentata. L’Italia era entrata in ritardo nel conflitto per cause che in questa sede non è opportuno ricordare, mentre è fondamentale ripensare al “come” il bel paese andò incontro alla katastrof. L’Italia era divisa tra interventisti e neutralisti, separazione che attraversava trasversalmente tutti i partiti e le aree politiche e culturali. C’erano interventisti cattolici, socialisti, democratici e nazionalisti, e allo stesso tempo vi erano neutralisti cattolici, socialisti, democratici e liberali, in un dibattito che in realtà infiammava più le élites culturali e politiche del paese, i suoi maggiori organi d’informazione e mobilitazione sociale, ma a cui poco o niente partecipò la gran massa di contadini e lavoratori che andarono a costituire il grosso di quel sfortunato esercito. Si andava in guerra per compiere l’unità nazionale ma allo stesso tempo per provocare la rivoluzione mondiale, per avvicinare l’Italia alle democrazie occidentali ma anche per rivendicare il ruolo di Grande Potenza mondiale, per vivere un’esperienza eroica ma anche per far esplodere le contraddizioni del capitalismo internazionale. Tutti, indistintamente, per morire sul Carso, sull’Isonzo, sul Piave, sugli Altipiani.
Le masse andavano in guerra con uno spirito misto tra sbigottimento di fronte all’ignoto e rassegnazione fatalistica. Stiamo parlando di uomini e giovani scaraventati a centinaia, migliaia di chilometri di distanza da casa, in una terra e tra genti di cui non si conoscevano storia, lingua e usanze, accanto a commilitoni con i quali spesso non si condivideva neppure l’idioma. Uomini che non avevano mai in vita propria lasciato il paese natale mandati a combattere una guerra incomprensibile. All’imponderabilità del fato, alla mancanza di senso, e nella totale incomprensione delle motivazioni politiche per quella carneficina si rispondeva il più delle volte  con il fatalismo e la superstizione.
    
Piccoli, austeri, spesso dimenticati nell’angolo più nascosto di un parco o di una piazza, i monumenti ai caduti della I GM rappresentano le icone dimenticate di una guerra dimenticata. Non sono “in” come le vestigia romane o elleniche vanto del turismo di massa del centro-sud o le raffinatezze romanico-rinascimentali del centro-nord. Del resto la stessa Grande Guerra è diventata nell’immaginario collettivo un po’ meno grande della molto più discussa e documentata II Guerra Mondiale. Quando sui manuali di storia si cercano nel classico paragrafo “Le cause della guerra” le giustificazioni ai milioni di morti lasciati in quattro anni di conflitto nelle trincee europee, mi sembra di rileggere il terribile copione di una guerra iniziata senza un reale casus belli, se non il consueto pretesto che ingenera in fondo tutte le guerre. E possiamo ancor più immaginare l’incomprensibilità di questa tragedia agli occhi delle masse semi analfabete di quell’Italia, lontana dai miti irredentisti e dalla retorica dannunziana. È il senso di quella “inutile strage” con cui l’allora pontefice Benedetto XV parlò del conflitto, relegando, forse inconsapevolmente e non certo tempestivamente, (1917), quei caduti in una sorta di binario morto della storia. Morti inutili di una guerra inutile non potevano che ambire a lapidi e monumenti inutili.
Eppure queste piccole, annerite e spesso ingombranti testimonianze monumentali di una tragedia quasi dimenticata a me sembrano parlarci ancor oggi. Raccontano di un’Italia che non c’è più. Lo dicono quei nomi, elencati in fila uno ad uno: Aurelio, Cesare, Primo, Onofrio, Santi. Nomi fuori moda spesso raggruppati sotto il tragico destino di un solo cognome, a ricordarci tragiche decimazioni di interi gruppi familiari sacrificati sugli altipiani o in qualche trincea dell’Isonzo. Un’Italia rurale, contadina, arcaica ma anche capace di una pietas per quei figli persi in luoghi così remoti e di un’indignazione silenziosa verso l’abominio della guerra che spesso oggi sento mancare. Non si trattava di guerre tecnologiche condotte da professionisti, ma di una spaventosa ecatombe che ingoiava contadini, studenti, artigiani, strappati ad una vita forse “piccola” e oscura, ma autentica. Negli assalti all’arma bianca di una qualsiasi delle sanguinose battaglie dell’Isonzo si moriva in migliaia, in decine di migliaia, in pochi minuti, in pochi metri, letteralmente uno sopra all’altro. Sento, al di là della retorica fascista che negli anni seguenti al conflitto usò propagandisticamente il mito dell’eroe martire “sponsorizzando” molti di questi monumenti, il dolore profondo, lo sbigottimento, l’ostilità atavica alla guerra di quelle comunità, sparse per una penisola forse per la prima volta veramente unita. Nel Dolore. Sento l’amore per quei nomi cari, e il senso di autentica umanità che quella società così semplice mi fa immaginare.

Gli odierni reportage giornalistici e le distratte news televisive rappresentano i virtuali monumenti alle mille guerre in corso. Freddi, asettici, insensibili come solo la realtà digitalizzata riesce ad essere. Mi viene da paragonare le nostre occhiate distratte ad un TG che ci parla di morti ammazzati in guerra agli occhi pieni di dolore di madri, padri, fratelli o soltanto compaesani di quei morti, di quei nomi sulle lapidi, maledire, magari in silenzio quella incomprensibile guerra che si era portata via amori, affetti, braccia, sorrisi. Forse sarebbe opportuno recuperare una sincera pietà per i morti, lontana dalle telecamere e dalle tribune televisive, e ancor più una decisa e più che mai intransigente avversità alla guerra. Sotto qualsiasi latitudine, sotto qualsiasi bandiera.

di Pietro Contorno